Giorno 2 – “La Zavorra Umana”

La sveglia suona alle 9.
Mattia non si sveglia neanche con un tuono.

Quando finalmente apre gli occhi, ha:

– la pelle color carta forno
– lo sguardo spento di un reduce di guerra
– l’alito che potrebbe sciogliere il cemento

Noi avevamo una giornata programmata: mare, giro in centro, pranzo di pesce.
Con Mattia, invece, facciamo il pellegrinaggio dei morti viventi.

Camminiamo lentamente.
Molto lentamente.
Ogni 50 metri lui si siede, dice che gli gira la testa, e ci chiede acqua.
Quando non ne ha più, ci chiede pietà.

A pranzo ordiniamo paella.
Lui prende una bottiglietta d’acqua e la guarda come se fosse radioattiva.

«Non riesco a mangiare…»

Lo guardiamo tutti come se avesse gettato disonore sull’intera comitiva maschile.
Ma niente, non ingerisce nulla.
Beve acqua come un cactus disidratato.

Il pomeriggio lo passiamo così: noi seduti al mare, Mattia sdraiato sotto l’ombrellone, immobile, con il cappellino calato sugli occhi, respirando a fatica.
Ogni tanto qualcuno passa e chiede:
«Sta bene? È ubriaco?»
E noi:
«No, è… affumicato.»

La sera proviamo a uscire.
Non per festeggiare, ma per non buttar via il viaggio.

Mattia resiste dieci minuti.
Si siede su un muretto.
Dice la frase che ci perseguiterà per anni:

«Raga… io non ce la faccio più.»

Torniamo in stanza alle 23.
Addio vita notturna.
Addio al celibato, proprio.