Ore 18:05 — Ultima Svolta
Arriviamo davanti alla Gare du Nord fradici, con il battito cardiaco oltre i limiti umani e l’autostima sotto zero.
Lanciamo le bici ovunque — non ricordo nemmeno dove.
Entriamo correndo.
Il display del treno lampeggia:
Dernier appel / Last call
Corriamo.
La sicurezza ci guarda sconvolta.
La gente ci scansa come fossimo due gremlin bagnati.
All’ingresso del gate l’addetta ci dice:
“Vous êtes très en retard.”
(Noi in faccia: “Lo sappiamo.”)
Passiamo i controlli, corriamo nel tunnel.
Le porte stanno per chiudersi.
Ci infiliamo dentro all’ultimo secondo.
Ci sediamo nei nostri posti, ansimanti, con i capelli appiccicati e l’aspetto di due reduci da un reality show ambientato in tangenziale.
Il silenzio sul treno
Ci guardiamo.
Ridiamo.
Poi ci guardiamo di nuovo e diciamo:
“Mai più una gita a Parigi in giornata.”
Di solito gli Eurostar sono comodi, silenziosi, rilassanti.
Il nostro era un confessionale esistenziale.
Lei: “Ho ancora il fiato della gente addosso.”
Io: “Credo di aver visto la mia vita scorrere tre volte.”
Lei: “E quei commenti sul miniabito?”
Io: “Non li ho sentiti, ero troppo impegnato a non morire schiacciato da un autobus.”
A Londra, scendiamo e ci sembra tutto tranquillo.
Persino la metro, piena come sempre, ci sembra gentile dopo Parigi alle 17:30.