Accendiamo l’app Lime.
Due bici vicine, un miracolo.
Le sblocchiamo.
Salgo.
La mia non parte.
Riprovo.
Niente.
Lei invece parte sparata come se avesse rubato il Tour de France.
“AMORE?!”
“TROVANE UN’ALTRA!”
La scena: io che rincorro lei che sfreccia sul marciapiede con il miniabito svolazzante, litigando in tre lingue per non investire nessuno.
Trovo finalmente un’altra bici e partiamo, insieme, come due idioti lanciati nella giungla urbana.
La Parigi Infernale
Parigi alle 17:40 non è una città.
È una partita a Tetris con veicoli.
Autobus, taxi, scooter, una signora con un cane in un cestino da bici che ci insulta perché “occupiamo troppo spazio”, un autista di autobus che ci fa il segno della croce, un turista americano che urla “THIS IS CRAZY!!!” come se fosse nel Vietnam del traffico.
Ogni 30 secondi qualcuno urla qualcosa a lei, rigorosamente in francese:
“Madame, pas en robe!!”,
“C’est dangereux!”,
e il mio preferito:
“MAIS QU’EST-CE QUE VOUS FAITES?!”
Noi non sappiamo nemmeno più dove stiamo andando.
Seguiamo altri ciclisti sperando non siano suicidi professionisti.
Dividevano le corsie, si infilavano tra gli autobus, tagliavano le rotonde come se fossero ninja dell’asfalto.
Li seguiamo. Che altro potevamo fare?!
A un certo punto lei urla:
“SE MUOIO COSÌ GIURO CHE TI STO ANCORA PERSEGUITANDO DALL’ALDILÀ!”