Finalmente arriviamo. Un capannone grigio alla periferia, con un cancello arrugginito e un cartello sbiadito: FOURRIÈRE MUNICIPALE.
Dentro, un uomo con baffi enormi e giubbotto fluorescente ci guarda come se gli avessimo interrotto la pennichella.
“Oui?”
Gli mostro il foglio.
Lui lo osserva come se fosse un certificato medico. Poi, con lentezza francese, digita qualcosa su un computer del 1998 e fa apparire sullo schermo… la nostra macchina.
“C’est vous?”
Annuiamo.
“Alors, cent vingt euros.”
Non un sorriso. Non un “désolé”. Solo la cifra, pronunciata come una condanna.

Provo a chiedere se posso pagare con carta.
“Pas de carte.”
Bancomat?
“Pas de bancomat.”
Solo contanti, e ovviamente l’unico sportello a chilometri di distanza.
Altro giro, altra camminata.
A quel punto ci sentivamo due protagonisti di un film di Ken Loach, ma senza la speranza nel finale.

Paghiamo, finalmente. Il tizio ci restituisce le chiavi, indicando la direzione dell’uscita con la grazia di un boia.
Saliamo in auto. Lei, la nostra compagna di viaggio, è lì, silenziosa, coperta di fango e umiliazione. Sul parabrezza, un adesivo “REMORQUÉ” come una cicatrice di guerra.
Partiamo.
Nessuno parla.
Solo il rumore del motore e il profumo di salsiccia e cipolle che si è ormai depositato nell’anima.

A metà strada verso casa, il mio compagno sospira:
“Se avessimo pagato i tre euro del parcheggio coperto…”
Io lo interrompo: “Non nominare più quella cifra. Mai. Più.”
E da allora, ogni volta che vedo un parcheggio gratuito accanto a una chiesa, mi faccio il segno della croce.
Non per fede: per trauma.

Sono tornata a casa con un leggero debito, un odio profondo per i mercati rionali e un nuovo livello di francese fluente: quello delle bestemmie.