Mi avvicino al primo commerciante, un uomo con un grembiule unto e un cappello di lana che pareva una minaccia sanitaria.
“Bonjour, excusez-moi… la voiture qui était ici?”
Lui sorride come chi ha già recitato quella scena troppe volte e risponde:
“Ah, la fourrière.”
E torna a girare salsicce.
La seconda venditrice, una signora rotonda con voce da sirena d’allarme, mi guarda e dice:
“C’est interdit! Y avait un panneau!”
Giuro che l’avrei capito… se il pannello non fosse grande come un francobollo e scritto con un pennino da notaio del Settecento.

Proviamo con un terzo, che invece di aiutarci si mette a ridere:
“Vous êtes touristes? Ah, comme d’habitude!”
Poi, senza neanche smettere di pesare i cavolfiori, ci consiglia di “andare al commissariato”.
Con la grazia di chi sta per esplodere, partiamo a piedi, trascinando i trolley tra gente che compra mele e polli arrosto.

Arriviamo al municipio. Chiuso.
Alla polizia municipale. Chiuso anche quello, perché “è sabato e lavoriamo fino alle undici”.
Sono le undici e cinque.
Dopo un quarto d’ora di implorazioni a una guardia giurata che sembrava uscita da un film di Kaurismäki, ci fa entrare e ci consegna un foglio con scritto il nome della società di rimozione.
“Pas loin,” ci dice.
“Non lontano” significa solo una cosa in Francia: una maratona.

Camminiamo per più di un’ora lungo strade deserte, circondati da casette da cartolina e residenti che ci guardano come se fossimo due escursionisti fuggiti da un manicomio.
Io, che cerco di mantenere la calma, provo a ricordare come si dice “carrozzeria” in francese.
Il mio compagno, invece, è già entrato nella fase del lutto: “Forse la vendono a pezzi. La mia povera Panda… sarà diventata un forno per baguette.”