Arrivo a Parigi alle otto di sera.
Venticinque ore di viaggio, tre di sonno, una dignità evaporata.
La ragazza mi scrive: “Siamo tutti qui! Dove sei?”
Rispondo: “Appena arrivo, voglio morire o bere. O entrambe.”
Lei: “Ahah, vieni al bar!”

La trovo. È simpatica, carina, ma palesemente più interessata al DJ che a me.
Bevo tre birre in venti minuti.
Mangio un panino al formaggio che sa di rimorso.
Poi mi ritrovo in un after improvvisato: un capannone di periferia, musica techno, luci stroboscopiche, gente che suona i tamburi come se evocasse spiriti.
Io sto lì, fermo, con lo zaino sulle spalle, a chiedermi se questo sia davvero “vivere un sogno”.

L’after finisce alle sei del mattino.
Alle sei e trenta parte il mio bus per tornare a Manchester.
Dodici ore di ritorno.
Dogana intasata.
Cambio a Londra.
Wi-Fi che funziona solo quando non serve.
Un bambino dietro di me canta Baby Shark per quattro ore di fila.
Il tizio davanti reclina il sedile fino alle ginocchia.
Io penso che la reincarnazione esista, e che in una vita passata devo aver fatto qualcosa di molto grave.

Alle otto di sera, finalmente, arrivo a casa.
Apro la porta, butto lo zaino, mi accascio sul divano.
La mia coinquilina mi guarda e ride.
Ride cinque minuti di fila, poi dice solo:
“Tu sei pazzo.”
E se ne va.

Io resto lì, in silenzio, a guardare il muro, e faccio i conti:
50 ore di viaggio.
3 di sonno.
6 di festa.
0 appuntamenti romantici.
Un buono Flixbus sprecato e la certezza che l’amore a distanza è una truffa organizzata dai rivenditori di sedili reclinabili.