La prima tratta fino a Londra fila liscia.
Piove, il sedile puzza di fritto, ma reggo.
Poi, sosta a Birmingham.
L’autista spegne il motore, scende per un caffè, torna su e… niente.
Il motore decide che la sua carriera finisce lì.
Un silenzio da messa funebre, poi la frase che segna l’inizio dell’inferno:
“Please remain seated, we’re waiting for a replacement vehicle.”

Restiamo lì tre ore.
Tre.
Senza riscaldamento.
Un ragazzo spagnolo fuma così tanto che crea una nebbia interna, una signora scozzese si fa il segno della croce ogni dieci minuti, un tipo davanti a me si mette a raccontare a voce alta la trama di Game of Thrones “per passare il tempo”.
Io prego solo di non morire in Inghilterra, accanto a un bagno chimico e a un distributore di patatine guasto.

Arriva un pullman sostitutivo alle 23.
Siamo congelati, affamati e già in ritardo di quattro ore.
Il mio collegamento per Parigi, ovviamente, è partito da un pezzo.
A Londra arrivo a mezzanotte e mezza.
Tutti i bus chiusi, le biglietterie sbarrate.
Mi aggiro nella stazione di Victoria come un naufrago.
Trovo un ostello dopo un’ora di cammino, accolto da una receptionist italiana che, mossa da compassione, mi infila in una camerata mista con otto sconosciuti e un odore di piedi che poteva stendere un cavallo.