Tre ore di sonno.
Alle cinque suona la sveglia: ho un nuovo bus per Parigi alle 6.30.
Zaino in spalla, caffè annacquato, occhi da panda morto.
Mi dico: “Ce la farò. È solo un po’ di ritardo. L’amore aspetta.”

L’amore, invece, dorme beato a Parigi mentre io sono bloccato all’Eurotunnel.
Un camion si è piantato dentro la galleria e ha paralizzato tutto.
Un’ora di ritardo. Poi due. Poi tre.
Le persone iniziano a socializzare come in un reality di disperati:
una signora mi offre biscotti al burro (“ti faranno bene all’anima”),
un ragazzo polacco improvvisa una lezione di yoga tra i sedili,
un inglese propone di cantare “Wonderwall” per “tirare su il morale”.
Non c’è stato un omicidio solo perché non avevo le forze.

Ripartiamo a mezzogiorno.
Io ormai sono una forma di vita intermedia tra zombie e viaggiatore.
Ogni tanto apro gli occhi, vedo la campagna francese scorrere lenta e penso: “Spero almeno che la parata valga la mia decomposizione.”