Ci rialziamo in piedi due giorni dopo, con meno denaro nel conto e due giorni in meno nel calendario: dieci giorni trasformati in otto. L’agenzia promette che rimborserà, che controllerà, che farà la danza burocratica del rimborso. Io vedo solo numeri sullo schermo e l’ombra lunga di una commissione che nessuno chiama per nome.

Il punteggio della beffa? Abbiamo pagato il nuovo biglietto a prezzo pieno, e poi, alla fine, ci hanno rimborsato l’importo del biglietto originario — non la differenza d’orario, non il tempo perso, non le notti di hotel che abbiamo dovuto prolungare perché il cambio volo ci ha disorganizzato tutto.

Se mi chiedete chi ha torto, vi dico: entrambi. Avremmo dovuto controllare il biglietto, certo. Ma c’è una sottile, disgustosa eloquenza nell’errore dell’agenzia — un’eloquenza che diventa sistema quando nessuno si fa vivo fino a che non è troppo tardi. Ti rubano giorni e ti lasciano sorrisi di cortesia come compenso morale.

Torno a casa con foto, memorie e una manciata di ricevute. Se vi capita, controllate ogni singolo carattere. Spazio, maiuscola, trattino — tutto può diventare un mostro che vi mangerà due giorni di vacanza e vi farà pagare la fuga con soldi vostri.