Io, incredulo, tento di spiegare che è un errore dell’agenzia: il mio nome è composto, non un unico blocco, e il cognome è sbagliato di una sola lettera.
L’addetta mi squadra come fossi Pablo Escobar con la carta d’imbarco falsa, poi chiama la supervisore, parla con la compagnia aerea, tastiera, sospiri. Alla fine la frase: «Mi dispiace, signore. Senza corrispondenza esatta tra documento e biglietto non la possiamo imbarcare.»
Lei parte. Io resto. La navetta che porta al ponte d’imbarco sembra un film muto: tutti gli altri volano via, con i loro nomi composti e i cognomi intonsi. Il gate chiude, il ponte si stacca, l’aereo decolla — e in quel momento la realtà prende una piega grottesca.
Telefono all’agenzia. Numero verde, musica d’attesa, voce che promette che «gestiranno» tutto. Aspetto cinque minuti, quindici, trenta. Niente. Quando finalmente mi risponde un’addetta — con la calma olimpica di chi è pagata per dirti cose inutili — mi spiega che sì, c’è stato un errore di battitura ma che la prassi è: rimborso o riprenotazione sul prossimo volo. Che loro «provvederanno». Che ne saranno mortificati. Che invieranno mail.
È troppo tardi. L’aereo con dentro la mia metà è già in volo. Se mi avessero chiamato anche cinque minuti prima, magari avremmo chiarito al telefono con la compagnia e salirei su quello stesso volo. Ma la telefonata arriva mentre il tramonto ingoia le ali dell’aereo.
Mi viene proposta la soluzione più sensata: riprenotare subito il volo successivo. «Ce lo facciamo noi», dicono dall’altra parte del filo. Peccato che “ce lo facciamo noi” significhi: voi pagate ora, noi vi rimborsiamo dopo (quando avremo finito di scrivere scuse su carta da lettere). Così, senza alternative praticabili e con dieci giorni da spremere, paghiamo di tasca nostra il primo volo utile — perché volare è un investimento emotivo che non si presta a essere rimandato.