Atto II – La sopravvivenza quotidiana (alias “alla ricerca del panino perduto”)

Il secondo giorno inizia con colazione in hotel: una brioche che sembra essersi fossilizzata ai tempi di Cartagine e un caffè lungo come il Danubio ma con la forza di un decaffeinato.
Pranzo? Ah, dolce illusione. Alle 13 il ristorante dell’hotel è chiuso. Usciamo per cercare qualcosa. Tutte le saracinesche abbassate, bar deserti, ristoranti sbarrati. Le strade silenziose.

Alle 14 io ho già gli occhi vitrei da disidratazione e sogno spaghetti al pomodoro che danzano davanti a me. Alla fine, un ragazzo mi fa cenno. Guarda a destra e a sinistra come un contrabbandiere, apre un sacchetto nero e tira fuori un kebab freddo. Lo pago come se fosse oro, lo addento dietro un muro con la paranoia di chi sta facendo qualcosa di illegale. Mi sento parte di un traffico internazionale di panini.

Il pomeriggio prosegue tra bazar semideserti e venditori irritabili. Ogni contrattazione sembra una minaccia: io chiedo “quanto costa?”, loro rispondono con occhi iniettati di sangue da fame. Dopo un po’ evito di chiedere: compro a caso, pur di non farmi mordere.

La sera è la parte più teatrale. L’iftar, la rottura del digiuno, comincia alle 21:30. Allora sì, tavoli imbanditi, luci, risate, piatti enormi. Io, ormai svenuta dalla fame, partecipo come se fossi stata invitata a un banchetto reale. I camerieri, però, servono come soldati reduci da una battaglia: nessuno sorride, tutti corrono, e l’energia è più da “sopravvivenza” che da festa.

Dopo tre giorni sono diventata un ibrido tra turista spaesata e naufraga. Ho sviluppato l’istinto di nascondermi dietro muretti per bere acqua, ho la pelle ustionata dal sole e la pressione che scende ogni volta che vedo la scritta “ristorante chiuso”.