Giorno 5 – Il colpo di grazia
Sciopero generale della metro. Tutta Parigi si muove a piedi o stipata negli autobus come sardine. Decido di camminare. Dopo un’ora ho i piedi talmente distrutti che i calzini sembrano compresse di ghiaccio.
A metà tragitto incontro un mimo molesto che insiste per farmi la foto con lui. Quando rifiuto, finge di piangere davanti alla folla. Risultato: tutti mi guardano come la stronza che ha spezzato il cuore all’artista di strada.
Giorno 6 – La caduta finale
Ultima speranza: una gita a Montmartre. Penso: almeno lì c’è l’atmosfera. Arrivo in cima alla collina, pioggia e vento che sembrano un uragano. La mia sciarpa vola via rotolando per i gradini e un cane randagio la fa a brandelli.
Pranzo in un ristorante “tipico”: ordino una quiche lorraine. Mi portano un disco gommoso che sa di uovo vecchio e formaggio rancido. Pago 18 euro.
Sono tornata a Roma con un raffreddore da manuale, il conto in banca svuotato e un album di foto in cui la città più romantica del mondo sembra Gotham City dopo un’alluvione.
Da allora, quando qualcuno mi dice: “Ah, Parigi, la città dell’amore!”, io rispondo con un sorriso amaro:
“Amore? Io ci ho trovato solo muffa, vento e cipolle galleggianti.”