Partiamo.
Io, macchina carica, playlist pronta, da Milano a Rimini: 309 chilometri. Una roba fattibile, anzi quasi rilassante, se non fosse che il passeggero accanto a me era… mia madre.

Appena inserisco la prima, lei ha già messo in moto la sua centrale operativa personale.
«Vai piano.»
Siamo ancora nel vialetto di casa.

Dopo 5 km mi viene da pensare che forse avrei dovuto noleggiare un pullman con autista e lasciarla lì davanti col megafono, perché la situazione era questa: ogni due minuti un richiamo, ogni due minuti una correzione.

«Occhio, che c’è la rotonda!»
«Mamma, la vedo. È grossa come un disco volante.»
«Eh, ma non si sa mai, potresti distrarti.»

Ogni volta che frenavo, partiva il dramma: mani attaccate al cruscotto come se fossimo su una montagna russa, occhi chiusi, labbra che sussurravano una preghiera non meglio identificata.
«Mamma, siamo a 40 all’ora.»
«Appunto! A 40 ti ammazzi uguale, se non stai attento!»