Quando poi tentavo un sorpasso — cose banali, eh, superare un trattore a 20 km/h — lei si trasformava in un mix tra radiocronista e Cassandra:
«No no no, non ce la fai, torna in carreggiata, che arriva un camion, ti ho detto che arriva un camion, oh Signore!»
Il camion, in realtà, era a due chilometri di distanza, ma nella sua mente stava già passando sopra la nostra tomba.

Ogni cartello stradale diventava un avviso apocalittico:
«Attenzione alle curve pericolose.»
«Mamma, c’è disegnato un tornante e poi siamo in pianura. È un cartello vecchio.»
«I cartelli non mentono mai. Stai allerta.»

Ogni galleria era una prova di fede:
«Oddio, e se crolla? Lo sai che sono vecchie queste gallerie? Io l’ho letto.»
«Mamma, è stata inaugurata l’anno scorso.»
«Appunto! Quelle nuove sono fatte in fretta, non mi fido.»

A metà viaggio avevo già le mani sudate non per la guida, ma per lo stress di dover rispondere a un flusso continuo di comandi. Ogni tanto provavo a distrarla:
«Guarda che bel panorama!»
«Non guardare il panorama, guarda la strada!»
«Mamma, guido io!»
«E allora stai zitto e concentrati.»