Poi iniziano i laboratori pratici.

Primo esercizio: Il complimento obbligatorio.
Ognuno deve scrivere su un post-it un complimento per il collega alla propria destra. Io mi trovo accanto al capo. Panico. Non potevo scrivere “tirchio patologico”, allora butto lì: “Ha una straordinaria resistenza all’alcol”.
Lo legge, mi fissa, e annuisce gelido.

Secondo esercizio: La fiducia cieca.
Veniamo bendati e guidati dai colleghi attraverso un percorso fatto di sedie e tavolini.
La mia collega del marketing mi guida come se fosse Google Maps in tilt: “Dritto! No aspetta, a destra! No, la tua destra!”.
Risultato: mi schianto contro un totem pubblicitario. Crolla a terra come una torre di Pisa improvvisata, travolgendo tre manager brianzoli. Uno di loro mi insulta in dialetto, che non capisco ma immagino non fosse un augurio di buona giornata.

Terzo esercizio: L’abbraccio del leader.
Dobbiamo abbracciare il nostro capo per “stabilire una connessione emotiva”.
Io, goffo, gli passo un braccio attorno alle spalle. Lui si irrigidisce come un manichino e sussurra:
«Non farmi fare figure, qui ci sono i concorrenti.»
Connessione emotiva zero, ma credo di aver contratto una sciatalgia.

Pausa pranzo: buffet “all’insegna della gentilezza”.
Tradotto: due vassoi di insalata mista, sandwich rinsecchiti e acqua naturale calda. La collega del marketing, vegetariana convinta, trova dentro al suo panino un wurstel dimenticato. Dice che è un “attacco personale”.