Chiesi se potevo almeno restare a casa a riposarmi. Risposta: “No, non mi fido a lasciarti sola. Potresti rubarmi qualcosa”.
Ora: io avevo un trolley pieno di biscotti, vestiti sporchi e guide turistiche. Non sapevo se ridere o piangere.

La parte tragicomica era che Couchsurfing, per definizione, si basa sulla fiducia. E io ero quella accusata di essere una potenziale ladra, mentre lui mi guardava con un sorriso ambiguo, in una casa talmente vuota che mancava solo la scritta “Freezer” sull’armadio.

Non avendo roaming, mi aggrappai al suo Wi-Fi come un naufrago a una zattera. Intavolai una conversazione brillante, di quelle che fai solo per guadagnare tempo, mentre in realtà scaricavo freneticamente mappe offline di Google per pianificare la fuga. Ogni “ah sì, interessante” che usciva dalla mia bocca era in realtà un “dammi ancora 5 minuti, Maps, scaricati più in fretta!”.

Appena completata la mappa, scappai. Letteralmente.
Presi il primo tram, lasciandolo gridare dietro di me come un fidanzato tradito in un film drammatico francese. Dopo mezz’ora ero in un hotel fuori budget, ma con lenzuola pulite e soprattutto una porta che si chiudeva dall’interno.

Quando accesi il computer, trovai la casella mail intasata dai suoi messaggi furiosi. Mi accusava di avergli fatto perdere tempo, di avergli lasciato il divano libero per un altro couchsurfer, di avergli incasinato i piani. Insomma: il dramma.

Io, intanto, mi versavo una birra belga ghiacciata e pensavo: meglio 80 euro per una stanza d’albergo che 0 euro per un posto in freezer.