Il mio primo host fu da manuale: un ragazzo gentile che lavorava all’Unione Europea. Un belga atipico, sempre sorridente, che nel suo giorno libero mi portò a visitare il quartiere congolese, a provare cioccolatini in ogni boutique del centro e persino a spiegarmi i segreti delle istituzioni europee come se fossi una stagista parlamentare. Un sogno. Peccato che partisse subito per lavoro, lasciandomi con un “mi dispiace, ma ti troverai sicuramente benissimo dal tuo prossimo host!”.
E così arrivò il secondo couchsurfer.
Un individuo che oggi descriverei come “Jeffrey Dahmer con profilo pubblico e recensioni a cinque stelle”. All’epoca, però, mi sembrava un ragazzo normale: buone foto, ottime recensioni, nessun dettaglio allarmante.
E invece.
L’appuntamento era alla stazione ferroviaria di Bruxelles. Io con la mia valigia arancione, non “arancio spento” o “color ruggine”: no, arancione fluo, roba che mi vedevi anche dallo spazio. Bene, dopo tre ore in piedi a gelare, lui ancora non mi aveva trovata. Tre ore di gelo, trolley stretto in mano come un clochard di lusso, e la sensazione che avrei potuto vendere biglietti per farmi osservare come attrazione turistica: “Donna italiana attende ostinatamente host inesistente”.
Quando finalmente lo rintracciai, lui non si scusò. Anzi.
Mi accolse con un “mi hai fatto perdere tempo” detto con lo stesso tono di chi scopre che gli hai rovinato il parquet con i tacchi. Ero congelata, ma decisi di non discutere: mi portò dall’altra parte della città, dove viveva.
La casa era… inquietante.
Vuota, spoglia, come se fosse stata arredata da un minimalista in depressione. La cucina aveva solo un fornello e un lavandino, il soggiorno solo un divano. La sua camera era chiusa a chiave, dettaglio che mi fece subito scattare l’allarme interiore: chiudere a chiave la propria stanza in una casa condivisa per ospitalità è già strano. In un contesto Couchsurfing diventa “probabile che tu tenga nel cassetto una collezione di teste umane”.
Io desideravo solo una doccia calda. Invece no: lui mi comunicò che bisognava andare insieme in lavanderia a lavare l’unico set di lenzuola disponibile. L’unico. Poi, senza preavviso, mi annunciò che aveva in programma una festa a cui avrei dovuto accompagnarlo. Io ero lì che pensavo: “ma non potevamo fare il percorso inverso? Prima festa, poi ospedale, poi obitorio?”.