Avevo 15 anni. L’età in cui sei troppo grande per i braccioli, troppo piccolo per la birra, ma abbastanza in crisi ormonale da arrossire se una spallina cade fuori posto. Un’età imbarazzante anche quando sei vestito, figuriamoci se tutto intorno a te inizia a… svestirsi.
Quell’estate partiamo in blocco: tre famiglie, nonni compresi, figli adolescenti compressi come sardine nella Multipla di turno. I bagagli erano stipati fin sopra i finestrini, i lettori mp3 erano condivisi a turno, e le discussioni sul climatizzatore diventavano guerre civili. Destinazione: Croazia, villaggio turistico sul mare. Lo avevano scelto i grandi per “rilassarci tutti insieme”, il che — già allora — suonava come una minaccia.
Arriviamo stanchi, sudati, carichi di aspettative e malumori da viaggio. Alla reception, un tipo abbronzato con un nome impronunciabile ci accoglie con la grazia di chi ha già passato tutta la giornata a dare chiavi a famiglie urlanti. Ci porge un mazzo di chiavi, una cartina stropicciata e un sorriso che sembra più un “arrangiatevi” di circostanza. Nessuno capisce subito. Nessuno vuole capire. Ma poi…
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