Mi chiamo Marco, ho 32 anni, e da sempre sogno di esplorare angoli remoti del pianeta. Nel gennaio 2020, decido di realizzare un desiderio che coltivavo da anni: visitare il deserto di Atacama, in Cile, uno dei luoghi più aridi e spettacolari del mondo. Immagino paesaggi lunari, geyser fumanti e lagune turchesi incastonate tra vulcani. Prenoto un tour di tre giorni con un’agenzia locale a San Pedro de Atacama, trovata online a un prezzo stracciato. Le recensioni non erano perfette, ma mi dico: “Quanto potrà mai andare storto?”. Spoiler: tutto.Il primo giorno, mi presento al punto di ritrovo all’alba, zaino in spalla e pieno di entusiasmo. Siamo un gruppo di otto: una coppia di australiani in luna di miele, due backpacker tedeschi, una famiglia cilena con un adolescente annoiato e io. La nostra guida, Javier, è un tipo magro con occhiali da sole a specchio e un atteggiamento che sembra dire “fate quello che vi dico e non fate domande”. Saliamo su un minivan che sembra uscito dagli anni ’80: sedili sgangherati, aria condizionata inesistente e un odore di benzina che mi fa storcere il naso. Ma sono troppo eccitato per preoccuparmene.Dopo un’ora di viaggio verso la Valle della Luna, il van inizia a tossire. Prima un rumore strano, poi un sobbalzo. Javier impreca sottovoce, accosta in una distesa di sabbia e rocce e scende a controllare. “È solo un piccolo problema”, dice, ma il suo tono non è convincente. Il sole è già alto, e la temperatura fuori sfiora i 35°C. Aspettiamo. Passano venti minuti, poi trenta. Javier armeggia sotto il cofano, ma il motore non dà segni di vita. Chiedo se ha chiamato i soccorsi, e mi guarda come se avessi chiesto la luna. “Non c’è segnale qui”, risponde secco. Controllo il mio telefono: zero barre. Siamo in mezzo al nulla, senza un piano B.La situazione peggiora quando scopro che abbiamo solo una bottiglia d’acqua da un litro per tutto il gruppo. Otto persone, un litro, e un sole che ci cuoce come bistecche. Gli australiani iniziano a litigare tra loro, il ragazzo cileno si lamenta, e i tedeschi provano a fare gli eroi proponendo di camminare fino alla strada principale – che, ovviamente, è a chilometri di distanza. Io cerco di mantenere la calma, ma la gola secca e il calore mi fanno girare la testa. Javier, nel frattempo, sembra sempre più nervoso, borbottando qualcosa su un “radiatore” e “ricambi che non arrivano”.Passano due ore. Due ore sotto un sole che mi brucia la nuca, con la sabbia che si infila ovunque e la sensazione di essere in un film apocalittico. Finalmente, dopo quella che sembra un’eternità, un altro minivan dell’agenzia appare all’orizzonte. Sospiro di sollievo, ma è presto per festeggiare. Il nuovo autista ci informa che il tour è compromesso: niente geyser del Tatio, niente lagune altiplaniche. Ci portano di corsa alla Valle della Luna per una visita frettolosa, giusto per dire che “qualcosa abbiamo visto”. Il paesaggio è mozzafiato, ma sono troppo stanco e frustrato per godermelo. Scatto qualche foto svogliata, mentre il gruppo borbotta e Javier evita le nostre domande.Tornati a San Pedro, decido di affrontare l’agenzia. Mi presento al loro ufficio, un buco polveroso con un ventilatore che gira a malapena, e chiedo un rimborso o almeno delle scuse. La risposta? Un’alzata di spalle e un “queste cose succedono nel deserto”. Mi sento preso in giro. Ho speso soldi, tempo e aspettative per un’esperienza che si è rivelata un disastro. Esausto, con la pelle arrossata dal sole e un’amarezza che mi pesa sul petto, decido di proseguire il viaggio da solo, affidandomi solo al mio istinto e giurando di non prenotare mai più con agenzie low-cost senza prima controllare tutto due volte.Quell’esperienza mi ha insegnato una lezione: il deserto non perdona, e nemmeno le agenzie che promettono meraviglie a prezzi stracciati. Ma una parte di me, nonostante tutto, non riesce a odiare del tutto l’Atacama. Quei paesaggi, anche se visti a metà, sono rimasti impressi nella mia mente. Forse un giorno ci tornerò. Ma di sicuro non con Javier.