Non lo era.
Era semplicemente il buongiorno della famiglia tedesca che occupava il bungalow accanto al nostro.
Una famiglia composta da un padre con l’energia di un istruttore militare, una madre che sembrava aver completato almeno tre Ironman e tre figli convinti che il riposo fosse una debolezza del carattere.
Mentre noi cercavamo disperatamente un caffè, loro avevano già fatto ginnastica, una corsa lungo il lago e probabilmente costruito una diga.
Ogni giorno era una nuova sorpresa.
Il figlio maggiore suonava la tromba all’alba.
Quello più piccolo passava le mattinate a colpire sassi con altri sassi per puro divertimento.
Il padre cantava canzoni da montagna mentre affettava pane integrale con una determinazione inquietante.
La madre dispensava consigli non richiesti su qualsiasi cosa: alimentazione, sonno, esposizione al sole, postura e probabilmente anche geopolitica internazionale.
Ma il momento più difficile arrivò quando ricevemmo un invito che sembrava più una convocazione ufficiale.
“Cena condivisa. Ognuno porta qualcosa del proprio Paese.”
Provammo a declinare con educazione.
Loro interpretarono la cosa come una conferma.