Discesa di sassi, sole tremendo, io con le ciabatte sbagliate e lui che continuava a dire: “Dai, ormai siamo arrivati”, frase che in realtà significa sempre “manca ancora un pezzo”.
La spiaggia era bella, questo sì. Peccato che dopo mezz’ora lui entri in acqua col telefono in tasca.
Lo schermo diventa nero.
Dentro aveva prenotazioni, mappe, biglietti, tutto. Io avevo il mio, ma al 18%, perché nell’appartamento la presa funzionava solo se il cavo stava piegato in una posizione specifica, tipo rito satanico.
Da lì in poi abbiamo vissuto in modalità risparmio energetico, anche emotivo.
Torniamo a casa distrutti. Vorremmo solo una doccia. La doccia però aveva due temperature: Antartide e inferno. In più allagava tutto il bagno, quindi dopo cinque minuti stavamo spingendo acqua con gli asciugamani piccoli dell’appartamento, già fradici e inutili.
La sera usciamo comunque a cena, perché almeno quella doveva salvarsi.
Ci sediamo sul lungomare, ordiniamo, arriva il vento. Non brezza. Vento vero. Mi vola il tovagliolo, mi si incollano i capelli al gloss e una folata rovescia metà della birra sui pantaloni di lui.
Lui guarda il tavolo, guarda me e dice solo:
“Va bene.”
Quando uno dice “va bene” così, in realtà dentro ha già incendiato tutto.
Il giorno dopo avevamo prenotato l’escursione in barca. L’unica cosa a cui tenevamo davvero.
Arriviamo al porto presto, sudati già alle nove del mattino. Ci fanno aspettare mezz’ora, poi ci dicono che è annullata per mare mosso.
Rimborso online, “entro qualche giorno”.
Quindi niente barca, telefono morto, caldo assassino e noi seduti su un muretto a pranzare con cracker e una specie di formaggio comprato al minimarket.
E la cosa più triste è che in quel momento ci sembrava pure buono.
L’ultima notte, quando ormai avevamo rinunciato a tutto, il condizionatore decide di funzionare.
Da solo.
Alle tre del mattino.
Parte sparando aria gelida direttamente sul letto. Lui si alza al buio per staccare la corrente e pesta qualcosa che ancora oggi non sappiamo cosa fosse.
La mattina dopo siamo andati in aeroporto con quattro ore di anticipo, come gente appena scappata da un esperimento sociale.
Seduti per terra vicino a una presa, finalmente con i telefoni in carica, lui mi guarda e fa:
“Comunque Malta è bella.”
Ed era vero. Malta era bellissima. Però vi giuro che al ritorno, quando siamo entrati in casa nostra e abbiamo visto una porta che si apriva al primo colpo, ci siamo quasi commossi.