Era luglio 2015 e un anno prima avevo ospitato un amico a Venezia. Me lo ricordo ancora mentre guardava i vaporetti con l’espressione sconvolta di chi ha appena scoperto che la sua ex si è rifatta una vita con uno che fa il commercialista. Quindi, per una forma tutta mia di equità territoriale, decido di ricambiare la visita e vado a Roma.
Tra il caldo, il traffico e quell’ottimismo incosciente che ti prende solo d’estate, a un certo punto salta fuori l’idea: facciamoci una giornata al mare. E già lì avremmo dovuto capire che stavamo entrando in una di quelle storie che anni dopo racconti ridendo, ma solo perché sei sopravvissuta.
La scelta cade sulla Freccia del Mare. Nome meraviglioso, quasi epico. Uno sente “Freccia del Mare” e immagina velocità, brezza, orizzonti, una roba quasi elegante. Invece no. Invece è il classico caso in cui il nome ti seduce e poi la realtà ti prende a schiaffi. Doveva essere un semplice Piramide-Ostia, una mezz’oretta scarsa, una parentesi rapida prima di spiaggiarsi al sole. Nella pratica è stato un pellegrinaggio laico dentro un vagone rovente, una specie di prova fisica e morale che ci ha fatto attraversare tutte le fasi dell’esistenza umana.
Il tempo stimato era trenta minuti. Il tempo percepito, invece, era sufficiente per invecchiare male, discutere, riconciliarsi, riflettere sul senso della vita e forse anche rimettere in discussione alcune scelte affettive fatte negli anni precedenti. Ogni fermata sembrava una punizione aggiuntiva. L’aria condizionata era più un concetto filosofico che una presenza concreta, e il vagone era talmente pieno che a un certo punto ho avuto la sensazione di conoscere il sudore di uno sconosciuto meglio di certi parenti acquisiti.
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