Non gliel’ho detto, ma avrei firmato volentieri pur di scoprirlo.
Siamo costrette — noi donne — a fare un muro umano per coprirla mentre si accovaccia.
Con il jumpsuit intero deve spogliarsi nuda.
Le zinne al vento.
Il terrore negli occhi.
«Cantate qualcosa, vi prego! Sennò non riesco!»
Cantare.
Abbiamo cantato.
Lei intanto non regge il tessuto, perde l’equilibrio, e… sì.
Se la fa addosso.
Direttamente sulla sua tuta di raso color panna.
Io, per pietà, le porgo la mia felpa del Decathlon da legarsi in vita.
La guarda come se le avessi dato una divisa da muratore.
«Non posso metterla… è… brutta.»
«È quello o cammini in jumpsuit al gusto di pipì.»
«…passami la felpa.»
Dopo pranzo dura mezz’ora.
Poi esplode.
«Io non ce la faccio più! C’è troppa erba, troppe mosche, troppa montagna! Torno alla macchina!»
Una sfuriata epica.
Un meltdown da manuale di psichiatria.
Rientriamo senza aver visto nulla, senza aver camminato, senza aver respirato un minuto di pace.
Lei risale in macchina e dice, senza vergogna:
«La natura non fa per me.»
Davvero? Nessuno l’avrebbe mai detto.
Il fidanzato:
«Amore, sei stata bravissima. Sono così fiero di te!»
Quel giorno abbiamo capito una cosa:
lui, che girava l’Europa in tenda, aveva finalmente trovato la donna giusta per sistemarlo.
E infatti, spoiler:
sì, certo, ha sposato proprio lei.
La Principessa del Jumpsuit.
La Regina dell’Escursione di dodici metri.
E noi non siamo più andati a camminare in gruppo.
Mai più.