Sabato mattina quattro partono per Monza. Io e mia figlia restiamo a vegliare il malato e ad aspettare il tecnico.
Non arriverà mai. Né sabato, né domenica, né lunedì.

Domenica finalmente lui si riprende un po’. Si parte all’alba, insieme ad altre trecentomila anime dirette allo stesso posto.
Arrivati a Monza, file chilometriche per i bus-navetta. Decidiamo di proseguire a piedi: cinque chilometri fino all’autodromo, altri tre dentro per trovare posto.
Nel frattempo io, distratta dall’adrenalina, prendo una pedata contro un chiusino di cemento.
La sera scoprirò che mi sono fratturata l’alluce.

Ma davanti ai bolidi, al rombo dei motori e alla faccia entusiasta di mio figlio… ogni maledizione si scioglie.
Per tre ore, tutto ha avuto senso.

Poi siamo tornati nell’appartamento al quarto piano.
Con la puzza di gas, i tram, e mio marito di nuovo in bagno.

Da quel weekend ho imparato tre lezioni fondamentali:
– il prossimo Gran Premio lo guardo dalle tribune (o meglio ancora da casa)
– prima di prenotare chiedo a che piano è
– e soprattutto: la prossima volta mio marito resta a casa.