Al piano di sopra, una famiglia russa trasformava l’appartamento in una sala concerti. Alle tre di notte partiva il karaoke di Kalinka, a volume da stadio. Non so cosa fosse peggio: le urla stonate o i brindisi a intervalli regolari. Il soffitto vibrava, il materasso ballava, e io sotto le coperte mi ripetevo: “È solo una canzone, finirà presto”. Non finiva mai.

Sul lato opposto, gli ottantenni più attivi che abbia mai conosciuto.
Ogni sera partiva la tragedia: lei urlava “Ladro di pensioni!”, lui ribatteva “Strega di Satana!”. Finiva sempre con porte sbattute, sedie rovesciate… e poi, inevitabilmente, la riconciliazione. Rumorosa. Molto rumorosa. Talmente rumorosa che io e la mia ragazza, fermi e immobili nel nostro letto scricchiolante, ci guardavamo in silenzio. Loro in festa, noi come due statue di cera.

Quando pensavo di aver visto tutto, è arrivata la padrona di casa.
Domenica mattina, ore nove. Io ancora in mutande, con la moka in mano. La porta si apre di colpo: “Sono passata a controllare le tendeee!”. Nessun messaggio, nessun preavviso. Si aggira in soggiorno come se fosse un’ispezione militare, tira le tende avanti e indietro e ripete: “Ah, ma non vi disturbo mica…”. Io pietrificato, con il caffè che mi colava sulla mano, e lei che sembrava pronta a valutare pure se avevamo piegato bene i tovaglioli.