Con mille preghiere e bottiglie d’acqua svuotate nel radiatore, arriviamo a Zagabria. Appena parcheggiamo davanti all’ostello, la macchina fa un rumore finale tipo sospiro, poi muore. Stop definitivo. Lì, mentre la spingevamo, una scolaresca tedesca ci ha pure applaudito, credendo fosse uno sketch.
L’ostello? Su internet sembrava carino. Dal vivo era un incrocio fra una caserma e un dormitorio universitario in sciopero. Il bagno “in comune” era letteralmente UNO per 25 persone. La doccia funzionava a gettoni: acqua tiepida per 27 secondi. Io, già insaponato, ho dovuto correre nudo al quarto piano a prendere le monete. Ho incontrato in corridoio una signora polacca che mi ha detto “good luck” come se stessi andando in guerra.
Il giorno dopo decidiamo di noleggiare un’auto sostitutiva. Il tipo dell’autonoleggio ci propone una Panda del ’98 senza aria condizionata. La accendiamo: parte la radio con “Dragostea Din Tei” a volume massimo, incastrata nella cassetta. Non si spegneva. Tre ore di “Numa Numa” non augurerei nemmeno al mio peggior nemico.