Comodissimo, sì. In pratica un catafalco anni ’80 con sedili di similpelle incollati al sudore dei passeggeri precedenti. L’aria condizionata non c’era: il conducente aveva risolto aprendo un finestrino bloccato con lo scotch.

Partiamo. Dieci ore. Dieci ore di agonia, con un signore dietro che mangiava cipolle crude come fossero Mentos. Il profumo, misto a gasolio, ha reso l’autobus una camera a gas artigianale. Accanto a me una signora ha iniziato a recitare il rosario, ma in ungherese, il che non dava esattamente sollievo.

Arrivati ad Atene all’una di notte, prendo un taxi per l’hotel “vista mare”.
Sì, vista mare c’era: l’acqua scendeva dal soffitto direttamente sul letto. Il proprietario, serissimo, mi dice: «Vista mare dentro camera. Extra service». Non sapevo se ridere o piangere, così ho dormito con l’ombrello aperto.

Colazione inclusa: una tazza di Nescafé e tre biscotti Plasmon. Non scherzo. A tavola un gabbiano è entrato, ha rubato il pane e il cameriere ha rincorso noi, non l’uccello, chiedendo di pagarlo lo stesso.

Per riprendermi decido di fare un’escursione in traghetto su un’isola vicina. Bellissimo. Peccato che il motore non partisse. Dopo un’ora di tentativi e bestemmie in greco antico, il capitano ha annunciato che saremmo stati trainati… da un peschereccio.
Così, in costume e infradito, ci siamo fatti sei ore di crociera a 5 km/h dietro una barca che tirava su polpi. A un certo punto il vento ha portato un sacchetto di plastica sulla mia faccia e ho pensato: ecco, morirò così, asfissiato da un Lidl greco.