Il viaggio, che doveva durare cinque ore, diventa una maratona di dodici. Ogni trenta minuti ci fermiamo:
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Una volta per far vomitare il russo in un campo.
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Una volta perché il pullmino deve fare benzina in un distributore chiuso.
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Una volta perché il tedesco insiste per comprare un souvenir in autogrill (“Italia molto passionale!” con un cappello di paglia in testa alle 3 di notte).
Io ormai non sento più le gambe, le ho lasciate in pegno a qualche santo del trasporto pubblico.
Parte VI – L’arrivo (o la rinascita mancata)
Alle otto del mattino, devastati come reduci di guerra, arriviamo finalmente al mare. Io scendo storto, con la colonna vertebrale a forma di punto interrogativo e il giubbotto che ancora odora di pollo.
La scena finale: la signora del pollo, fiera, che annuncia di aver portato anche il dolce. Una crostata che si è sbriciolata in mille pezzi durante il viaggio e adesso sembra segatura.
Il mare? Bello, sì. Ma ci ho messo due giorni solo per ricordarmi come si cammina dritti.