Il disastro è iniziato subito, manco il tempo di disfare la valigia. La mia amica, entusiasta come una bambina di fronte alla piscina dell’hotel, decide di inaugurare la vacanza con un bel tuffo liberatorio. Non aveva neanche tolto il braccialetto del bagaglio, tanto era presa. Dopo mezz’ora, però, non sembrava più una turista in vacanza, ma un incrocio tra un’aragosta bollita e un quadro espressionista. La pelle le tirava, rossa e chiazzata, gli occhi che colavano come due rubinetti difettosi e il naso che gocciolava a ritmo regolare. Il bagnino, con un sorriso da funerale, minimizzava: “Un piccolo incidente, signora, capita con il cloro…”. Piccolo incidente? Lei passò la notte stesa sul letto a piangere, con fazzoletti sparsi dappertutto, che la cameriera il giorno dopo avrebbe scambiato per un set fotografico di Niagara Falls.

La mattina seguente, ottimiste e fiduciose, ci diciamo: “Ok, basta piscina, andiamo al mare, così almeno respiriamo aria buona e ci rilassiamo un po’”. Ma appena arriviamo, lo scenario sembrava uscito da un film catastrofico. La spiaggia era stata flagellata da un temporale che manco Noè. Mare marrone, schiuma sospetta, alghe in putrefazione sparse ovunque, sdraio ammucchiate come cadaveri in un obitorio, ombrelloni rotti e mezzi piantati nella sabbia come croci in un cimitero improvvisato. Un signore del posto ci fa: “Qua pare ’na discarica balneare post-bellica”. E noi a fissare quel panorama come se stessimo guardando la fine della civiltà balneare.