Ero arrivata a Monaco di Baviera in un venerdì pomeriggio d’autunno, convinta di aver fatto l’affare del secolo: tre notti in un hotel a due passi dalla stazione centrale, “camere moderne con comfort internazionale”, scriveva il sito. Nelle foto si vedevano lenzuola immacolate, lampade di design e persino una colazione “continentale premium”. Tutto per un prezzo che definirei “quasi sospetto”. Ma, ingenua e fiduciosa, avevo pensato: sarà perché ho prenotato con largo anticipo.

Appena entro nella hall, il sospetto si trasforma in certezza: moquette color topo stanco, odore indefinito tra fritto vecchio e deodorante per ambienti al pino, e un portiere che sembrava più annoiato di un usciere di tribunale. Vabbè, mi dico, l’importante è la camera.

La camera. Un letto singolo travestito da matrimoniale, un armadio che cigolava come una porta di castello infestato, e un abat-jour che si accendeva solo se prendevi a calci il comodino. Ma ero stanca, avevo voglia di buttarmi sotto le coperte e iniziare il mio weekend bavarese.

Ore 3:27 di notte. Mi sveglio con un prurito alle caviglie. All’inizio penso: sarà la pelle secca, sarà l’aria. Accendo la luce. E lì vedo l’orrore: decine di puntini marroncini che corrono come maratoneti sul materasso, sulla testiera, perfino sul cuscino. Cimici da letto. Non una, non due: un’intera comunità, con tanto di assemblea di quartiere in corso.