In quel momento ho capito che, per l’intera stanza, non ero un’ospite. Ero ufficialmente entrata nella categoria “adulto responsabile”.
Nel tentativo di trovare un angolo di pace, mi sono rifugiata nel bagno comune. Ed è lì che ho scoperto il dettaglio più assurdo dell’intero soggiorno.
Il Wi-Fi prendeva soltanto lì.
Non nella stanza.
Non nella reception.
Non nella sala comune.
Solo in bagno.
Così ho trascorso buona parte della serata seduta sul bordo della doccia, con il telefono in mano, mentre fuori infuriava una specie di summit internazionale dell’iperattività adolescenziale.
Ogni tanto qualcuno entrava, mi guardava come se fossi parte dell’arredamento e usciva senza fare domande.
Dal corridoio continuavano ad arrivare urla, risate, porte sbattute e discussioni accese su argomenti di importanza vitale, come quale influencer fosse stato cancellato o se fosse possibile vivere mangiando esclusivamente snack delle macchinette.
Quando finalmente sono tornata in camera, metà della comitiva era ancora sveglia e sorprendentemente energica, nonostante fosse ormai notte fonda.
Da quel viaggio a Barcellona ho imparato una lezione preziosa: quando un ostello parla di atmosfera giovane e dinamica, conviene sempre chiedere qualche dettaglio in più. Perché tra un gruppo di backpacker e una gita scolastica fuori controllo c’è una differenza enorme. E si misura quasi sempre in decibel.