Più una serie di piccoli dettagli che, presi singolarmente, non significavano nulla, ma che messi insieme iniziavano a farmi sentire a disagio.
Nessuno intorno a me parlava francese.
Non sentivo una sola parola che riconoscessi.
Anche gli annunci di bordo sembravano riferirsi a qualcosa che non riuscivo a mettere a fuoco.
Continuai a ignorare quella sensazione fino a quando sentii pronunciare chiaramente una parola.
Tunisi.
Mi irrigidii sulla poltrona.
Avevo capito male.
Dovevo aver capito male.
Mi voltai verso il signore seduto accanto a me, che stava leggendo tranquillamente una rivista.
«Mi scusi…» gli chiesi. «Per caso ha detto Tunisi?»
Lui abbassò lentamente il giornale e mi guardò con un’espressione che non dimenticherò mai.
«Sì. Stiamo andando a Tunisi.»
Risi.
Una risata nervosa, di quelle che fai quando il cervello si rifiuta di elaborare una notizia.
«No, aspetti. Io devo andare a Nizza.»
L’uomo mi osservò per qualche secondo.
Poi disse:
«Allora abbiamo un problema.»
Ricordo perfettamente la sensazione che provai in quel momento.
È come quando perdi l’equilibrio e il tuo stomaco arriva qualche secondo prima del resto del corpo.