Abbiamo dormito forse cinque ore, male e poco, con la sveglia puntata all’alba e i nervi già a pezzi. Al check-out ci siamo ritrovati davanti a una nuova sorpresa: l’unico volo utile per Milwaukee non sarebbe partito prima delle 23:00 della sera successiva. In pratica avremmo dovuto buttare via un altro giorno intero in aeroporto, nella speranza che stavolta qualcosa funzionasse davvero. Dopo oltre 24 ore di ritardi, controlli impazziti, cancellazioni, attese infinite e panico crescente, abbiamo capito che stavamo entrando in quella fase del viaggio in cui continui a insistere solo perché ormai sei troppo stanco per prendere una decisione lucida.
Alla fine abbiamo fatto l’unica cosa sensata possibile: abbiamo gettato la spugna, noleggiato un furgone e deciso di raggiungere Milwaukee su strada. Quattordici ore di guida. Quattordici. Un’eternità. Io, che soffro anche di mal d’auto, ho affrontato quel viaggio rannicchiato tra zaini, snack sbriciolati, bottigliette mezze vuote e playlist ripetute fino allo sfinimento, con la netta sensazione di essere entrato in un limbo da cui non saremmo usciti più. Fuori scorreva l’America, dentro il furgone il tempo sembrava fermo: facce stravolte, silenzi lunghi, battute senza più forza e quel misto di sonno, nausea e rassegnazione che trasforma ogni chilometro in una piccola prova di resistenza.
Quando finalmente ho rivisto il mio letto, ho fatto fatica a credere che fosse davvero finita. Doveva essere il semplice rientro da New Orleans dopo il raduno giovanile ELCA, e invece si è trasformato in una via crucis tra aeroporti, ritardi aerei, voli cancellati, notti in hotel improvvisati e una maratona in furgone fino a Milwaukee. Ancora oggi lo ricordo come il viaggio più lungo, stressante e snervante della mia vita. Altro che pellegrinaggio religioso: quello è stato un test di sopravvivenza mascherato da rientro organizzato.