Passano 45 minuti. Nessuno dice niente. Poi l’altoparlante gracchia una frase che ci fa sprofondare: il volo è posticipato alle 23:00. Sette ore dopo. In quel momento l’aeroporto di Atlanta è diventato il nostro purgatorio personale: panche rigide, snack venduti a prezzi da gioielleria, telefoni da ricaricare a turno, valigie usate come cuscini e una lunga colonna sonora fatta di annunci incomprensibili, ritardi, cancellazioni e sospiri disperati. Le ragazze del gruppo, a un certo punto, hanno iniziato seriamente a pensare che non saremmo mai più riusciti a tornare a casa. Io avevo un solo pensiero fisso in testa: il mio letto. Più passavano le ore, più quel letto mi sembrava irreale, come un miraggio nel deserto.
Quando finalmente è arrivata la tarda sera, ci siamo rimessi in piedi con gli zaini già in spalla, pronti a correre al minimo segnale. Ma proprio alle 23:00, quando pensavamo di essere arrivati in fondo alla tortura, ecco l’ennesimo annuncio: volo ulteriormente posticipato alle 2:20 di notte. Per qualche secondo è calato un silenzio surreale. Poi gli sguardi persi nel vuoto. Poi la classica risata isterica di chi ha superato il limite e non sa più se ridere o piangere. E infatti qualcuno ha fatto entrambe le cose.
All’una di notte è arrivata la mazzata finale, quella che ci ha tolto le ultime energie: volo cancellato. Non rimandato, non “forse”, non “vediamo”. Cancellato. A quel punto ci hanno parlato di un hotel d’emergenza, ma raggiungerlo è stata un’altra odissea nell’odissea. La navetta sembrava una leggenda metropolitana, l’Uber si è fatto aspettare 45 minuti buoni e alla fine siamo arrivati in hotel alle 2:30 del mattino, distrutti, con addosso quella sensazione appiccicosa di stanchezza che ti fa sembrare irreale tutto quello che hai appena vissuto.
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