Lui senza neanche girarsi:
“Sì, sì, adesso sarà la zona del porto.”
Io guardo meglio.
No. Non era la zona del porto.
C’era scritto Golfo Aranci.
Ricordo benissimo quel momento, perché non è stato uno shock immediato. È stata una cosa più lenta e irritante. Prima pensi di aver letto male. Poi pensi che magari esista un’area, una banchina, una località che si chiama così ma faccia comunque parte del percorso. Poi guardi meglio il cartello successivo e capisci che no, non c’è nessun equivoco raffinato. State andando proprio verso un altro porto. Un altro nome. Un altro posto. Un altro lato del nord Sardegna.
Ho detto:
“Guarda che qui c’è scritto Golfo Aranci.”
Lui fa ancora:
“Impossibile.”
Tira fuori il biglietto dal marsupio mentre guida, cosa già abbastanza idiota di suo, lo apre male, me lo passa, io lo leggo e lì finisce qualunque margine di discussione sui fatti. Sopra c’era scritto chiaramente Porto Torres. Scritto normale. Non in piccolo, non in fondo, non nascosto tra mille righe. L’informazione fondamentale del viaggio era stata ignorata per ore con una serenità quasi offensiva.
Da quel momento il clima in macchina cambia in un modo preciso, quasi fisico. Non c’è ancora la litigata vera, perché prima c’è quella fase in cui entrambi state cercando di capire se esista un modo rapido per rimediare. Lui accelera come se l’acceleratore potesse modificare la geografia della Sardegna. Io guardo fuori cercando un’indicazione qualsiasi che smentisca la realtà. Nessuno dei due parla davvero, ma è il classico silenzio in cui si sente già montare tutto.
Quando finalmente arriviamo in prossimità del porto, ormai lo sappiamo benissimo che è quello sbagliato. Però ci entriamo lo stesso, un po’ per disperazione, un po’ perché vuoi sempre che sia un estraneo a confermare il disastro, come se detto da un altro facesse meno male.
Ci fermiamo da uno degli addetti e gli mostriamo il biglietto.
Lui lo prende, lo guarda due secondi e ci dice:
“Ma voi dovevate partire da Porto Torres.”
Così. Senza enfasi. Senza cattiveria. Come si parla a due persone che hanno già capito di aver fatto una sciocchezza enorme e adesso devono solo prenderne atto ufficialmente.
Io guardo mio marito.
Lui guarda davanti.
Poi comincia quel tipo di discussione che non esplode subito, ma si muove a frasi corte, taglienti, dette con il tono basso di chi sa che perdere il controllo in pubblico peggiorerebbe soltanto le cose.
“Te l’ho chiesto tre volte.”
“Anche tu potevi controllare.”
“Il biglietto l’avevi tu.”
“E tu cos’eri, in gita?”
“No, ero seduta accanto a uno convinto di sapere dove stava andando.”
Il punto è che quando perdi un traghetto per una causa seria, almeno hai qualcosa di grande da maledire: il traffico, un guasto, un incidente, uno sciopero, il maltempo. Noi no. Noi eravamo riusciti a perdere il traghetto per aver confuso due porti diversi leggendo male una cartina e fidandoci di una memoria che evidentemente funzionava a giorni alterni.
Il resto del pomeriggio è stato una processione di uffici, informazioni contrastanti, attese e facce sempre più tese. Ci mandavano da uno sportello all’altro. Uno ci diceva di sentire la compagnia, l’altro di provare all’ufficio imbarchi, l’altro ancora alzava le spalle con quell’aria di chi ne ha viste tante e sa già che il vostro problema non lo riguarda abbastanza. Intanto il traghetto nostro, quello vero, quello da Porto Torres, continuava tranquillamente la sua esistenza senza di noi.
La cosa peggiore, in questi casi, è che non puoi neanche fare finta di niente. Ogni passaggio del disastro va rivissuto ad alta voce. Devi spiegare a ognuno cos’è successo, e ogni volta che lo racconti ti rendi conto di quanto suoni stupido.
“Dovevamo imbarcarci a Porto Torres.”
“E siete a Golfo Aranci?”
“Sì.”
“Avete sbagliato strada?”
“Sì.”
“Di molto?”
“Abbastanza.”
A un certo punto eravamo seduti in macchina, fermi, con il caldo che entrava dai finestrini e l’odore delle borse chiuse in fretta che si mescolava a quello del mare e dei vestiti da viaggio. Nessuno dei due aveva più voglia di parlare. Non per pace ritrovata, ma per stanchezza. Quella specie di sfinimento che arriva quando hai superato la rabbia iniziale e sei entrato nella fase più umiliante: quella pratica. Trovare una soluzione, capire quanto costerà, vedere quanto tempo hai perso, accettare che il rientro non sarà più quello previsto.
Alla fine una sistemazione alternativa l’abbiamo trovata, ma dopo ore. Pagando più del previsto, aspettando più del previsto e con un nervoso tale che gli ultimi giorni di vacanza, retroattivamente, sembravano già guastati. Non c’era più neanche voglia di discutere seriamente. Restava solo quel rancore secco che ti fa rispondere a monosillabi e ti fa ricordare dettagli inutili per mesi, tipo il modo in cui l’altro ha piegato il biglietto, il tono con cui ha detto “certo”, il momento preciso in cui ha ignorato il primo cartello.
Ancora oggi, se qualcuno parla di partenze facili, di ritorni organizzati bene, di strade semplici da fare, mi viene da ridere molto meno di quanto dovrebbe. Perché alla fine non serve una catastrofe per trasformare un viaggio in una seccatura memorabile. A volte bastano una cartina spiegazzata, una sicurezza completamente malriposta e il momento esatto in cui leggi il nome del porto quando ormai sei arrivato in quello sbagliato.