Io continuavo a chiedere:
“È tutto chiaro?”
E lui:
“Sì.”
“Sei sicuro?”
“Sì.”
“Hai guardato bene?”
“Sì, ma vuoi fidarti o no?”
Ecco, col senno di poi direi di no. Non volevo fidarmi. Avrei dovuto strappargli il biglietto dal marsupio e leggerlo per conto mio ogni mezz’ora come una persona ossessiva. Invece ho fatto l’errore più comune nelle coppie in viaggio: affidarmi alla sicurezza dell’altro per non dovermi prendere anch’io la responsabilità del tragitto.
Per un bel pezzo sembrava andare tutto liscio. Strada bella, sole già forte, quei paesaggi sardi che ti fanno pensare che anche il viaggio di rientro possa mantenere un minimo di dignità. Ogni tanto passavamo davanti a un cartello, lui rallentava appena, dava un’occhiata alla cartina appoggiata sul sedile e poi proseguiva. Io guardavo fuori e cercavo di capire se la direzione mi sembrasse sensata, che è un metodo eccellente per perdersi, perché quando non sai davvero dove sei qualunque strada può sembrarti plausibile per almeno un’ora.
A un certo punto ci fermiamo un attimo in un distributore. Io entro a prendere dell’acqua e quando torno lo trovo con la cartina mezza aperta sul cofano.
“È tutto a posto?”
“Sì, sì.”
“Hai controllato?”
“Certo.”
Quella parola, “certo”, detta da chi ha già interpretato male qualcosa ma ancora non lo sa, secondo me andrebbe abolita.
Ripartiamo. La radio prendeva male, l’aria dentro la macchina era quella pesante dei viaggi di rientro, e più passava il tempo più io avevo la sensazione vaga che qualcosa non quadrasse. Non sapevo dire cosa. Nessun dettaglio preciso. Solo quella percezione fastidiosa che arriva quando non stai seguendo davvero una strada ma ti stai facendo portare dalla convinzione altrui.
Il primo dubbio serio mi è venuto quando abbiamo cominciato a vedere indicazioni più grandi verso il porto. Perché il nome che compariva sui cartelli non mi suonava come avrebbe dovuto. All’inizio l’ho lasciato perdere. Poi ne ho visto un altro. E poi un altro ancora. A quel punto ho detto:
“Scusa, ma questo non è Porto Torres.”