Mia madre la racconta sempre con una frase che sembra il titolo di un documentario di quelli cupi, narrati da una voce che sa già come finisce: “Era l’unica estate in cui tuo padre aveva davvero staccato.”
E infatti.
Io avevo dieci anni, mio fratello quattro, mia sorella due. I miei genitori avevano deciso che quell’anno saremmo stati avventurosi: niente spiaggia, niente villaggio, niente animatori che ti chiamano “campione” anche se stai solo respirando. No: Scandinavia vera, quella delle mappe appese al frigo e dei nomi impronunciabili.
Solo che noi non dovevamo “andare in Danimarca da Hammerfest” (che già suona come una punizione medievale): nella nostra versione, partiamo da Tromsø, nel nord della Norvegia, con l’idea romantica di scendere fino a Copenaghen “con calma”, attraversando Svezia e traghettando dove serviva. Un viaggio in auto, musica anni ’90, soste panoramiche, foto con i cartelli stradali pieni di ø e å, e i bambini che finalmente si addormentano mentre gli adulti credono di essere persone migliori.
La prima sera dormiamo in un motel che prometteva “vista fiordo” e invece dava su un parcheggio dove un camion frigo stava facendo il suo concerto personale di compressori. Però era pulito e caldo, e già per i miei era un successo.
Il problema è che la mattina dopo mio fratello si sveglia con la faccia da bambino innocente… ma con un puntino rosso sul collo.
“È una zanzara”, dice mio padre con la sicurezza di chi ha letto due righe su Internet nel 2004 e si sente un medico tropicale.
“È un’irritazione”, dice mia madre, che ha sempre il tono di chi negozia con la realtà per farla stare buona.
Dopo due ore di strada, i puntini diventano tre.
Dopo quattro ore, diventano un’idea.
Dopo sei, diventano un progetto edilizio.
A quel punto siamo già in Svezia, e io — che a dieci anni ero nel pieno della fase “mi vergogno anche dei miei capelli” — guardo mio fratello e penso solo: ti prego non ammalarti in pubblico. E invece lui aveva l’espressione felice di chi finalmente è protagonista di qualcosa.
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