Racconto di nuovo alla guida che sto gelando viva. Lui si gira, mi guarda, e cambia colore come un semaforo che ha appena visto una tragedia. Osserva la muta. La tocca. La schiaccia.
E poi mi dice:
“Oh… oh no. No, no, no.”
Che, per un islandese, equivale a un urlo.
A quel punto realizza che non ero “un po’ entrata in acqua”: ero praticamente ripiena come un raviolo nordico. Mi indica il parcheggio e mi dice di raggiungere il furgone al più presto, mentre lui tenta di capire come abbia fatto a non accorgersene prima.
La camminata verso il furgone dura un’eternità. Sto tanto rigida che sembri la personificazione del concetto di “ibernazione imminente”. Mio marito corre a prendere la macchina mentre io vengo adagiata nel furgone con il riscaldamento sparato al massimo, come un pollo in forno, solo che invece di diventare croccante divento dolorante.
Lo scongelamento, poi, è stato una tortura medievale. Non lo dicono mai nelle brochure: il corpo, quando torna alla vita dopo che l’hai quasi ucciso volontariamente, ti punisce. Formicolii, aghi ovunque, le braccia che sembravano fatte di spine, le gambe che riprendevano sensibilità in modo lento e cattivo.
È durato quattro ore.
Quattro ore in cui ho giurato a me stessa che se mai avessi rivisto una muta stagna, l’avrei bruciata.
Alla fine della giornata il mio corpo era di nuovo funzionante, mio marito si sentiva in colpa come se mi avesse spinta nel cratere di un vulcano, e io ho capito che Silfra è magnifica, sì. Ma va affrontata con muta integra, guida attenta e, soprattutto, volontà di tornare a casa senza trasformarsi in una scultura di ghiaccio.
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