Sbarco a Palermo con lo sguardo vuoto di chi ha visto cose che non può raccontare.
Il sole mi acceca, il porto brulica di vita, ma io sento ancora il gluglugluglu nella testa.
Un’anziana mi passa accanto e commenta: “Si vede che ha dormito bene, signorina!”.
Sorrido come in un film dell’orrore.
Quella notte non ho solo viaggiato da Genova a Palermo.
Ho attraversato tutte le fasi del trauma in 12 ore di navigazione: negazione, rabbia, contrattazione, disperazione e — forse — un barlume di accettazione.
Quando ripenso al DJ, al bagno vivente e al tizio scalzo della brandina, capisco una cosa:
non serve il mare in tempesta per affondare una nave.
Basta una cabina “comfort” sul ponte due.
Lascia un commento