Alle quattro, esausta, penso di aver trovato la pace.
Invece arriva l’annuncio dell’altoparlante: “Gentili passeggeri, il bar del ponte cinque è aperto!”
Un bambino comincia a piangere.
Un altro ride isterico.
Io medito l’abbandono in mare.

Alle sei del mattino cala finalmente il silenzio.
Appoggio la testa sul cuscino.
Trenta secondi di pace.
Poi la voce allegra dell’altoparlante squarcia l’aria:
“Gentili passeggeri, colazione servita al self-service!”
Mi trascino giù come un reduce di guerra.

La “colazione” consiste in un caffè annacquato, un succo all’albicocca che sa di medicina per la tosse e un cornetto imbustato con scadenza 2019.
Il barista, con l’entusiasmo di un sopravvissuto, mi dice:
“Eh, signorina, almeno oggi il mare è calmo.”
Lo guardo.
Dentro di me, no.