Avevamo già alle spalle tre giorni di deserto boliviano, jeep sgangherata, finestrini che non si chiudevano e polvere che ci entrava persino nei sogni. L’autista, un omone che masticava coca come fossero mentine, ci aveva garantito: “In quattro ore siete in Cile, facilissimo.” Io ci avevo creduto, ingenua. Mancava solo l’ultimo passo, il confine di Hito Cajón, un prefabbricato verde acqua piantato in mezzo al nulla, con due militari mezzi addormentati e un tavolo che cadeva a pezzi.
E invece, quando finalmente mi presento con il passaporto, succede l’imprevisto. L’ufficiale lo apre, lo osserva, alza gli occhi su di me, torna a guardare la foto e scuote la testa.
«No es usted.»
Resto basita. «Come scusi? Ma certo che sono io!»
«En la foto… cabello oscuro. Ahora… rubio. No es la misma persona.»
Mi porto istintivamente la mano ai capelli. Due meches bionde fatte a Città del Guatemala per “illuminare l’incarnato”. Quel capriccio da parrucchiere ora mi stava costando un passaggio oltre il confine.
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