Ogni volta che provavo a indossare le cuffie, zac! Una pacca sul braccio: “No, questa la deve proprio sentire!”. Quando chiudevo gli occhi fingendo di dormire, alzava la voce: “E poi le racconto di quando ho visto Pelé dal vivo!”.

A un certo punto, nel cuore della notte, mentre tutti dormivano, lui era ancora lì che parlava. Raccontava della veranda appena rifatta, del suo dentista di fiducia e del colore preferito della sua barca a remi. Ogni tanto rideva delle sue stesse battute, scuotendo il sedile così forte che mi svegliava dal mezzo coma.

Ho provato di tutto: libro, musica, film, anche la preghiera silenziosa. Niente. Lui aveva la resistenza di un maratoneta e la voce di un telecronista. Dodici ore ininterrotte.

Quando finalmente l’aereo è atterrato a Buenos Aires, ho applaudito. Non per il pilota. Perché ero sopravvissuto al più lungo monologo della mia vita. Sceso dall’aereo, conoscevo la sua storia meglio della mia: i nomi dei suoi vicini, la marca della lavatrice, persino le preferenze politiche della sorella.

Un viaggio intercontinentale trasformato in un colloquio orale di terza media senza possibilità di bocciatura.