Il capitano ha fatto cenno di sì senza spiccicare parola, con lo sguardo tipico di chi ha visto più tempeste che compleanni.

Il ritorno è stato una processione: onde che sbattevano contro lo scafo, silenzio irreale interrotto solo da qualche conato e da un bambino che, candido, ha chiesto:
«Mamma, ma moriamo?»
Risposta non pervenuta: la madre stava deglutendo come in un esame di apnea.

Poi il colpo di grazia. Lei, la ragazza più elegante a bordo: vestitino bianco da catalogo, chignon perfetto, sorriso da brochure turistica. All’andata era l’incarnazione della vacanza da sogno. A metà ritorno, la metamorfosi: pallida, occhi vitrei, si è chinata sul suo sacchetto e ha consegnato al mare (e al gruppo intero) l’addio definitivo alla sua dignità e al suo prosecco. L’applauso muto dei presenti è stato l’unico tributo possibile.

Scesi a terra, ci siamo sparpagliati come superstiti di un disastro annunciato. Nessuno che parlava, nessuno che osava guardare in faccia qualcun altro. Tutti con il passo da reduci, zitti e stropicciati.
Solo la suocera, fresca come una rosa, davanti a un chiosco ha sentenziato:
«Che ne dite di una granita? Così ci rimettiamo in sesto.»